Giorgio Galli

 

“… Come è possibile accettare, anzi lodare con ammirazione, quanto afferma uno degli artisti più inseriti nel sistema creativo internazionale, e cioè che l’arte è semplicemente “una forma di entertainment, un’industria multimiliardaria” regolata dalle leggi economiche dell’acquisto e della vendita?
Tutto ciò conferma che siamo continuamente e ossessivamente invitati a rifuggire da una ricerca sul senso profondo della nostra stessa vita e a rinunciare ad una presa di responsabilità etica nei confronti delle ingiustizie, delle violenze, dei soprusi del potere, per restare invece immersi nel magma dell’oblio e dell’indifferenza anestetizzata, ormai ottusamente convinti che ogni cosa abbia un prezzo e non un valore.
Ecco, la pittura di Giorgio Galli trova la sua linfa vitale proprio nella contrapposizione a questa tendenza ormai dominante e ha le sue parole-chiave nel rito, nella memoria, nella forma, nel sacro. Per lui lo spazio della pittura è lo spazio della ritualità …”
Gabriele Simongini
“… How is it possible to accept, indeed praise and admire what one of the most established artists in the international creative world states, that art is simply “a form of entertainment, a multimillionaire industry” regulated by the market laws?
All this confirms that we are constantly and obsessively invited to escape from searching the deep meaning of our very existence and to give up the ethic responsibility we all have as regards injustice, violence and abuse of power so that we can remain immersed in the magma of oblivion and anaesthetized indifference blindly convinced that everything has a price instead of a value.
Indeed, Giorgio Galli’s painting finds its vital lymph in contrasting this prevailing tendency and finds his key words in rite, memories, forms and the sacred. For him the space dedicated to paintings is the space of rituals…. ”
Gabriele Simongini

 

Giorgio Galli
Un eroe romantico

di Virginia Vittorini

Nel laboratorio di Galli c’è una realtà densa di storia, di culture parallele, di oggetti vissuti, quasi logori. Mi riscopro assorta a contemplare non solo le opere che interesseranno la prossima personale dell’artista, ma ogni cosa: fotografie, tele, tavole, supporti che accolgono aforismi e citazioni in versione di poesia visiva, assemblaggi composti da materiali di riuso, riproposti in forma totemica, non più ready-made del quotidiano, ma frammenti del “sopravvissuto”, accorpamento di pezzi di cose perdute per sempre. Ogni oggetto ha subito accurata manipolazione, tanto da sembrare giunto fino a noi da un’esistenza fatta di lotte e stenti, dopo estenuanti tribolazioni. Incontriamo questi “frammenti del sopravvissuto” o objets trouvés, in molti suoi contesti pittorici, invecchiati e sfibrati dall’uso e dal tempo, esautorati dalla funzione cui erano destinati in origine, ma anche dalla materia di appartenenza. Essi sono dotati di una consistenza nuova, una tattilità ruvida e superba ed un fascino intrinseco che solo un personaggio da palcoscenico possiede. Questi, non sono quasi mai solisti, ma entrano a far parte di un ampio dialogo, liberamente accostati a cenere, gesso, grumi e pigmenti di colore di eterogenea natura, mediante una gestualità energica e spontanea.
Mi colpisce, inoltre, la presenza, qua e là, di vecchie scarpe maschili, di ogni foggia, patinate da uno spesso sudario di polvere bianca, deformate dall’uso. Quanti dipinti ha
dedicato Van Gogh a questi soggetti! Isolandoli dalla loro realtà abituale e conferendo loro un’aura di mistero, trasformandoli in icone del viaggio e dell’ inesauribile ricerca, ma anche metafora della più esaltante liberazione della mente. Le scarpe, per Galli, sono sicuramente tutto ciò, oltre che simbolo generazionale dell’andare on the road (lungo strade, maestre di vita). Sono, di fatto, strumenti creativi,stamping. Queste, in molte sue opere, hanno la stessa funzione di pennelli e colori, delle mascherine; sono mezzi espressivi. Lasciano sulla superficie dei sui elaborati, impronte d’autore, orme di chi abita l’arte, come unica dimensione possibile, così come ci ha insegnato il grande Pollock nelle sue creazioni all over.
Su uno dei tanti tavoli di lavoro sono collocate scaglie sottilissime di cenere, ordinate scrupolosamente in contenitori, secondo la differenziata gamma cromatica: grigio perla, antracite, bruno rossiccio; accanto ci sono il carbone, il gesso, la sabbia vulcanica, le tempere, i pastelli ecc. Dall’abile utilizzo di queste sostanze, prevalentemente organiche, scaturiscono nell’operato dell’artista, un materismo ed un lieve e delicato tachisme che mimano efficacemente il caos ordinato della natura.
Si avverte, nelle sue creazioni, il tempo delle cose che scorre e logora tutto inesorabilmente e il tempo storico, idealizzato, intriso di passione e ideologia, che non invecchia mai. Quest’ultima dimensione è molto rara nella ricerca artistica dei nostri giorni, così sospesa nell’atmosfera rarefatta del nomadismo intellettuale e dell’autismo comunicativo.
Galli si nutre di storia, di vicende collettive, di cronaca; racconta gli eventi con sentimento, emozione, rabbia, sdegno e profonda introspezione.
L’abito bianco del poeta, della serie dedicata a Federico Garcia
Lorca è forse l’opera più intensa di tutte; svela, bianco su bianchi, una sagoma umana dal volto appena accennato: occhi, bocca, mentre tutto il resto è lambito da sovrapposte velature e calpestato da orme di anfibi. L’immagine del poeta viene percepita e tradotta dall’autore nell’istante dell’ultimo atto della sua esistenza, in quell’attimo che spense per sempre lo splendore del suo intelletto a Viznar. La violenza dell’esecuzione che lo vide vittima si concretizza in uno squarcio rosso. L’abbacinante effetto luministico, che pervade tutto il dipinto, sembra evidenziare alcuni versi che Pablo Neruda dedicò al poeta dopo la sua drammatica scomparsa: “L’assassinio di Federico fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce”.
Un serto di rovi è quanto rimane del corpo fisico di Lorca, sepolto in una fossa comune e da tutti calpestato, volontariamente o involontariamente; pura luce permane di quello eterico e immortale, che tutta la tavola pervade.
Allegorici e opposti non colori (bianchi e neri), luci ed ombre si contrastano ne Il sogno della ragione genera mostri (omaggio a Francisco Goya e alla corrente filosofica e culturale dell’Illuminismo). I contenuti positivi, suggeriti dal titolo dell’opera, dovrebbero consistere nell’esaltazione della cultura, della logica e della tolleranza. Tuttavia, osservando attentamente il nero emblema centrale (simbolo di pacificazione tra popoli), deformato e fortemente dinamico, contrastante con i bianchi dello sfondo consumati e ingrigiti, frecce direzionali contrapposte, graffitate rudemente e la sofferenza stessa del supporto, che sembra strappato e ricucito malamente, si percepisce la chiara visione di una lotta
primordiale tra ragione e bestialità che coabitano nell’uomo; lotta che non si concluderà mai con una redenzione totale dell’essere umano, molteplice anche nel suo stato di tenebre. In maniera ancora più forte ed incisiva, l’artista esprime il suo dissenso nei confronti di qualsiasi intolleranza politica e discriminazione sociale in Achtung! Sie Verlassen Jetzt West- Berlin. Il titolo dell’opera cita palesemente la didascalia che fece parte, dal 1961 al 1989, di una sorta di segnale indicatore e di pericolo allo stesso tempo. Era l’insegna, che tristemente indicava la frontiera fortificata da due muri paralleli di cemento armato, tra Berlino Ovest e Berlino Est.
Le opere di Galli parlano, raccontano ciò che avviene sotto gli occhi di tutti e ciò che non si vede, ma esiste, si consuma e drammatizza ogni giorno intorno a noi. Parlano di eventi clamorosi e di coloro di cui non si prende cura nessuno; ci descrivono l’esistenza degli invisibili! Sono fagotti di stracci, cuscini lordi senza sogni, muri imbrattati di periferia. In questi lividi scenari colloca le ombre di coloro che non hanno patria, che non hanno un tetto sulla testa, che abitano le borgate, i vicoli, i ponti, le panchine. Sono sottoproletari, clochard, zingari, extracomunitari, schiavi che lavorano stipati in fabbriche clandestine 24 ore su 24, prostitute; coloro cui è negato sognare, sperare, proiettarsi in un qualsiasi, possibile avvenire futuro.
Parallela alle ormai note opere di tema storico, si affianca, nelle recenti ricerche di Galli, quasi timidamente, una poetica individuale, caratterizzata dalla pittura in prima, da ricerche cromatiche sofisticate, da un vago figurativismo evocativo. Mi riferisco, in particolare, al polittico A Sud di Roma. Quattro tavole dal verticalismo gotico, sperimentate su smagliante scala di grigi, dalla consistenza cerosa e variazioni tonali fredde, intermedie e accese. Più che programmatica
scansione del tempo nelle sue alternanti stagioni, questo sfocato paesaggio collinare che si ripete sempre in veste drippata ma con tonalismi nuovi, sembra voler congelare l’esplosione di un vulcano in piena eruzione, con tanto di lapilli e brumose esalazioni di ceneri e gas. Orizzonti collinari, scrutati con gli occhi cristallini di un tempo lontano, affiorano con tutto il violento prorompere dei sentimenti, come implosione di un vulcano interiore. Con impulso turneriano ed impeto tutto pittorico, Galli ci descrive la sua mitica età dell’oro. Serpeggia, in queste creazioni, un evidente lirismo di matrice romantica, estremamente struggente, dal figurativismo sfocato e, proprio per questo, ancora più lacerante.
Sudario potrebbe rappresentare la fuga o il rifugio dell’artista dopo l’intenso viaggio fisico, della mente e dell’esperienza; fase di contemplazione e meditazione sul tempo, sia interiore che storico.
A sentinella di emozioni troppo facili, sagome totemiche di “cose perdute per sempre”, proiettano con parvenza ironica e seriosa, una lunga ombra su tutto.
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