Rosetta Messori Eros e Rose

 

Rosetta Messori sarà presente alla prossima edizione della fiera dell’arte di Istanbul

Artist 2017  negli spazi di Neoartgallery

EROS E ROSE

Rosetta Messori, attraverso la macchia fotografica, cerca di porsi come colei che ascolta.Ascoltare come capacità di essere insieme alle cose e nello stesso tempo di farne scaturire una verità – soggettiva – mantenendo aperta l’anima alla luce alta e segreta del mondo. Consapevole che la vera conoscenza di un oggetto non si ottiene per via di un’osservazione empirica o di una registrazione riflessa, ma solo quando il conoscente e il conosciuto, si incontrano in un atto che trascende la distinzione.     Nel contatto con la natura, Rosetta è capace di rimanere in uno stato di fervida attesa, superando il desiderio di possesso, cercando di diventare le cose stesse. Il suo occhio avvicina sempre più alle rose, si immerge nel cuore dei petali in questo modo la sua macchina fotografica diventa un vero prolungamento di uno sguardo e di un’attitudine, restituendo una visione dilatata e estremamente soggettiva del fiore. L’artista, in questa esposizione accompagna le 23 ROSE presentate su carta cotone con il video “EROS”. Attraverso la toccante voce di Gioacchino Costa cerca una fusione dell’entità primigenia vivificatrice dell’universo che EROS rappresenta con la mitica e visionaria rappresentazione della ROSA.

“Rosa è una rosa è una rosa…”: il celebre verso di Gertrude Stein si può facilmente adattare alla lettura di questa serie fotografica realizzata da Rosetta Messori. Perché? Al di là delle interpretazioni date da semiologi e critici letterari della frase di Stein, è evidente che una rosa non è mai uguale e non potrebbe mai esserlo. A parte l’infinita varietà di rose esistenti sul nostro pianeta, nessuna rosa appartenente alla stessa specie sarà identica all’altra e così non può essere simile nessun tipo di immagine, pittorica o fotografica, che la riproduce. Nel vedere esposte insieme le “rose” di Rosetta, non si può che notare questa differenza nella ripetizione dello stesso soggetto.Oltre al connubio linguistico, l’accostamento tra il nome dell’autrice (Rosetta) e il soggetto della foto (la rosa, le rose), colpisce la sovrapposizione tra fotografico e organico, tale da originare una serie di composizioni in cui il fiore riempie tutto il campo visivo. La forma della rosa compressa nel bordo dell’inquadratura, resa bidimensionale, si spande sulla carta fotografica diventando pittura. I colori sfumati, sfocati, a volte bruciati o impalliditi, si trasformano in macchie, campiture estese. Le rose della Messori sono organiche e sensuali. Immancabilmente erotiche nel loro richiamare l’organo sessuale femminile. Ma è nell’accostamento con un’altra serie, quella dei volti di pietra che rappresentano la figura di eros, Venere e Afrodite, che il rimando visivo, semantico e simbolico diventa ancora più evidente e potente. In italiano “eros” è l’anagramma di “rose” e viceversa. D’altronde la rosa è l’attributo dell’amore per eccellenza, quindi l’accostamento è quasi tautologico. Ma dal punto di vista visivo ciò che più seduce in questi due lavori, è l’opposizione delle due componenti materiche differenti: la morbida fragilità organica delle rose e la durezza minerale delle pietre. Il colore, con tutte le sue sfumature e il grigio monocromatismo della statuaria greca, creano una singolare fusione, una stimolante complementarità, come quella data dall’incontro tra un essere vivente (il fiore) e la materia inerme (i volti scolpiti). Una materia inerme che, tuttavia, si anima grazie all’uso sapiente della luce, sia nelle immagini fotografiche, sia nelle immagini in movimento. L’esplorazione ravvicinata da parte dell’obiettivo di Messori – sia per quanto riguarda le pieghe delle rose sia per ciò che concerne i rilievi dei volti – ci conduce in un abisso emotivo, risucchia l’osservatore in una voragine visivo-tattile da cui è difficile venir fuori.  Bruno Di Marino

La bellezza, il profumo, la delicatezza, l’inevitabile aura poetica, mistica, sensuale da cui sono circondate, rendono le rose un soggetto affascinante e al contempo insidioso. La tentazione di osare facili composizioni di colori, sfumature, sfondi, di giocare con accattivanti accostamenti, di indulgere in evanescenti atmosfere è in agguato. Ma le fotografie che Rosetta Messori dedica a questo fiore mantengono un delicato equilibrio tra suggestioni emotive e programmatica indagine visiva: la macchina fotografica, qui vero prolungamento di uno sguardo e di un’attitudine, si avvicina sempre più all’oggetto, si immerge nel cuore dei petali e ne restituisce una visione dilatata, dalle proporzioni irreali e dai contorni naturalmente sfocati. Una visione reale ma impalpabile, concreta ma evanescente. E’ inevitabile, anche se sicuramente non voluto da Messori, il richiamo ai volti in primissimo piano ritratti da Margaret Cameron negli anni Sessanta dell’Ottocento, grazie a un obiettivo talmente ravvicinato da invadere l’intera lastra negativa, imponendo all’immagine finale una sfocatura, in netto contrasto con la tradizione coeva, che disorientava spettatore e ritrattato, e suggeriva un modo diverso e nuovo di guardare un volto. Ecco, con la mostra “Una rosa è una rosa”, allestita nei Musei di Strada Nuova, nel cuore storico della città di Genova, all’interno delle straordinarie teche progettate e costruite dall’architetto Franco Albini all’inizio del 1960 per la riapertura di Palazzo Rosso, Rosetta Messori ci propone un modo differente di osservare le rose e, con esse, la vita: basato su un tempo lento, che segue il ritmo del proprio respiro, e che permette di percepire ciò che uno sguardo veloce nasconde. La mostra si è rivelata anche occasione per radunare, attorno al percorso visivo di Messori, alcune artiste che hanno fatto della rosa uno dei perni della propria ricerca creativa. Tra tutte, la norvegese Aase Birkhaug è forse quella che dimostra maggiori affinità con il percorso di Rosetta. Non con l’apparecchio fotografico, ma con i tradizionali strumenti della cultura pittorica (acquerello, tempera, olio, pastello) rende esplicita e ferma su un supporto la variegata gamma di sensazioni che i fiori trasmettono, in una sinfonia di composizioni cromatiche alle quali non è forse estranea l’esperienza maturata dall’artista come terapeuta. Un viaggio lento, anche in questo caso, condotto nella profondità delle corolle profumate, e forse anche nella propria insondabile intimità. Elisabetta Papone

E’ una virata inaspettata quella di Rosetta Messori che dalle vibranti e luminose  foto in bianco e nero dedicate al tema dell’acqua devia dalla sua consolidata scelta stilistica e ci dirotta  sulla straordinaria “vie en rose” ricoperta di coloratissime fotografie, fulcro portante attorno a cui ruota e si sviluppa questa mostra. E’ lei stessa a indicarci le ragioni di una scelta parallela al procedere del suo percorso artistico, quando dice che “…riuscire ad ottenere un visivo profumo di rosa è un misto di trasporto amoroso e della volontà di essere lì, presente allo stupore provato. Come in tutta la mia ricerca fotografica, l’immagine  è ottenuta attraverso il movimento della macchina fotografica durante la ripresa, senza nessuna modifica in  post-produzione”.Con la camera Rosetta Messori segue il flusso invisibile delle informazioni  e  immagazzina l’energia di luoghi, persone, oggetti. L’apparecchio fotografico è una protesi dinamica della visione,  un’estensione dei propri occhi e del proprio corpo, prestata allo svelamento del linguaggio visivo nascosto dietro le infinite produzioni di immagini partorite nel ciclo  della vita quotidiana.L’operazione artistica non tende ad alterare la naturale predisposizione delle cose, fissa invece il frame del tempo perduto che sfugge alla nostra percezione e sposta l’attenzione sulle dimensioni sensibili governate dalle frequenze dello spirito. I cromatismi gialli, rossi e rosa, percepiti e catturati nella rete delle energie sottili, liberati dall’intervento dell’artista si propagano nell’aria per generare emozioni e stati d’animo inebrianti. L’osservatore ha  la sensazione di fluttuare in mezzo a universi sconosciuti immersi dentro altri universi apparentemente domestici. Visioni intuitive marciano al ritmo del battito del cuore, si muovono simbiotiche intorno ai paesaggi degli attimi fuggenti, organizzano la silenziosa cattura delle immagini, confermata ogni talvolta dal suono del click dell’obiettivo fotografico azionato dalla leggera pressione delle dita che scandisce inesorabile il tempo dell’azione. Fortunato D’Amico

 

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