Tra Metafisica e Surrealismo di Antonio Nunziante

in artisti

Il Maestro Antonio Nunziante sarà presente alla quinta edizione di EuroExpoArt presso Vernice art Fair Forlì 20-21-22 Marzo 2020

 

Il napoletano è, per diritto divino e di nascita,
non surrealista ma extrareale
Philippe Daverio

Viaggio nel tempo di Antonio Nunziante è il
titolo più adatto che questo pittore napoletano
ha dato ad alcune delle sue opere recenti.
Lo ha dato, consapevole forse, con intuito di
sicuro, per tre diversi motivi. Il primo, innegabilmente
il più attraente per l’antropologo culturale, è quello che
si riferisce alla sua origine napoletana. Chi nasce lì non
può estraniarsi dalle condizioni storiche che lo plasmano,
non può non sentirsi per un certo verso greco, e poiché
della pittura greca antica non sappiamo nulla, non può
che tentare di inventarsela riprendendo le storie che la
letteratura d’allora ha voluto trasmettere. L’artista antico
è stretto e costretto nella visione che la filosofia ci ha
trasmesso: . vincolato alla mimesi, alla necessità di restituire
non tanto la realtà ma l’idea che della realtà è
fonte e dalla quale il pensiero è vincolato. A Napoli si
è greci e platonici comunque. E l’idea che sovrasta costantemente
la psiche creativa . quella d’una antichità
incombente che risorge costantemente, che è viva ben al
di là di ogni voglia di citazione. Quando Winckelmann
fece il suo viaggio a Paestum, andava sù a vedere e censire
i ruderi del passato, ma nella sua mente romantica e
moderna era attratto in modo inarrestabile dalla voglia
di trovare ciò che del passato era vivo ancora, la famosa
rosa di Paestum e le acque nelle quali si abbeveravano
i tori degli dei. Poco importa che essendo egli polacco
abbia confuso la rosa con l’oleandro; ma l’oleandro era
così diverso dalle rose estive polacche da poter sembrare
veramente il fiore d’una antichità tuttora viva. E poco
pure importava che le bufale che trovava negli acquitrini
fossero appena state importate dalla monarchia borbonica;
per lui, abituato a vedere pacifiche vacche nell’Europa
settentrionale, quelle erano le dirette discendenti dei tori
di Minosse il Cretese e del terribile Minotauro. Ed ecco
perché dinnanzi ai templi dell’antichità, spenta nei propri
ruderi, appare nei dipinti di Nunziante la rosa e la
tavolozza che la vuol ritrarre.
L’altro motivo è forse riservato solo a chi conosce e frequenta
il cromatismo partenopeo, quello che decora le
stanze dei palazzi con le policromie delle tempere che
la riscoperta settecentesca di Ercolano e Pompei resero
talmente naturali da farle sembrare presenti per sopravvivenza
e non per ispirata citazione. Gusto quello delle
tempere che fu talmente pregnante da far nascere una
sequenza di generazioni fra i pittori paesaggisti che restituivano
alla curiosità del viaggiatore in Italia la memoria
d’una luce che altrove non esisteva.
Il terzo motivo della pittura di Nunziante . esistenziale, .
totalmente esistenziale, lo è a tal punto da essere sostegno
unico e possibile della sopravvivenza dell’anima in quella
parte benedetta e maledetta al contempo del golfo più
affascinante del Mediterraneo. A Napoli si vive soltanto
negando la meccanica della storia e assorbendo in modo
barocco la ciclicità degli eventi che fu scoperta dal più fine
dei filosofi locali, quel Giambattista Vico che il mondo di
oggi troppo spesso vorrebbe ignorare. La storia è tonda e
non tonta, lo percepì pure Nietzsche e lo insegnò col mistero
dei suoi scritti ai fratelli Dioscuri della Metafisica. Napoli
è l’unica città che legittimò la non appartenenza alla
modernità, in una esaltazione sublime, già nella pittura di
Mancini e nella scultura di Gemito. Mentre l’Europa intera
rincorreva le onde delle avanguardie, questi due vaticinatori
dalla barba lunga e bianca decisero una strada loro
propria, che poteva allora apparire fuori contesto, ma che
la storia successiva si trovò obbligata a recepire, a sancire
e ad applaudire. Quella strada prevedeva, nel fosco dì del
secolo morente, che il secolo stesso non esistesse se non
come ritorno d’un eterno presente.
Infine, ricordatevelo, il napoletano è, per diritto divino e di
nascita, non surrealista ma extrareale. E se ritrovate in Antonio
Nunziante citazioni che potrebbero riportare a Magritte,
a Dalì o ai fratelli De Chirico, ebbene, è solo perché
questi in fondo all’anima avevano un sedime napoletano,
ma non ne erano al corrente. Nessuno glielo aveva ricordato.
Non sempre l’arte . informata; talvolta . deformata,
quanto lo è il capriccio sperimentale della sua storia.

 

Neapolitans are by birth and divine right
not surrealists but extra-real
Philippe Daverio
Viaggio nel tempo (Journey in Time ) is the
very apt title that the Neapolitan painter
Antonio Nunziante has given to some of his
recent works. There are three different reasons
for this choice, prompted perhaps by awareness
and certainly by intuitive insight on his part.
The first, and undeniably the most appealing to a cultural
anthropologist, regards his place of origin. As a Neapolitan,
he cannot sever himself from the historical conditions
that mould him and cannot help feeling Greek in a certain
sense. And then, since we know nothing of ancient Greek
painting, he can only invent it by drawing upon what the
literature of the time has handed down. The ancient artist
is confined and constrained in the vision that philosophy
has transmitted: bound to mimesis, to the need to represent
not so much reality as the idea that is its source and
that constrains thought. Neapolitans are Greek and Platonic
willy-nilly. And the idea that constantly dominates the
creative psyche is of an underlying antiquity that is continually
reborn and vital far beyond any desire for citation.
When Winckelmann made his journey to Paestum, it was
certainly in order to see and survey the ruins of the past,
but his modern, romantic mind was irresistibly attracted
by the desire to discover what of the past was still alive, the
famous rose of Paestum and the waters in which the bulls
of the gods slaked their thirst. It matters little that, being
Polish, he mistook an oleander for a rose. The oleander
was so very different from Poland’s summer roses that it
really could be taken for the flower of a still living antiquity.
And little does it matter that the buffalo he found
in the marshes had just been imported by the Bourbon
monarchy. For someone accustomed to the placid cows of
northern Europe, those were the direct descendants of the
bulls of Minos, king of Crete, and the terrible Minotaur.
And this is why the rose and the palette ready to depict it
appear before the temples of an antiquity extinguished in
its ruins in Nunziante’s paintings.
The second is perhaps exclusively reserved for those well
acquainted with the Neapolitan colours, the polychromatic
tempera decorations of rooms in buildings that the
18th-century rediscovery of Herculaneum and Pompeii
made so natural as to appear present through survival
rather than inspired citation. This taste was so fruitful as
to give birth to a series of generations of landscape painters
that satisfied the curiosity of travellers in Italy with
the memory of a light that existed nowhere else.
The third reason underlying Nunziante’s painting is existential,
totally existential, to the point of being the only
possible support of the survival of the psyche in that
simultaneously blessed and accursed part of the Mediterranean’s
most enchanting gulf. You can live in Naples
only by denying the mechanics of history and absorbing
in some Baroque fashion the cyclical nature of events as
discovered by the finest of the local philosophers, Giambattista
Vico, someone ignored all too often by the world
today. History is circular and not stupid. Nietzsche also
realized this and taught it with the mystery of his writings
to De Chirico and his brother Alberto Savinio. Naples
is the only city that legitimized the fact of not belonging
to modernity, in sublime exaltation, with the painting of
Mancini and the sculpture of Gemito. While the whole of
Europe chased after the waves of the avant-garde movements,
these two prophets with long white beards decided
to take their own stance, one that may have appeared
misleading at the time but that later history was obliged
to accept, endorse and applaud. In the gloom of the dying
century, this stance held that the century itself did not
exist other than as the return of an eternal present.
Finally, and please remember this, Neapolitans are by
birth and divine right not surrealists but extra-real. And
if you find citations in Antonio Nunziante that could refer
to Magritte, Dal. or the De Chirico brothers, it is only
because they had a Neapolitan streak deep down in their
psyche but did not realize it. Nobody reminded them. Art
is not always informed but sometimes deformed, to the
same extent as the experimental caprice of its history

 

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