Curatore d'Arte
Loredana Cacucciolo, le stanze del mistero Neoartgallery Giorgio Bertozzi

Loredana Cacucciolo, le stanze del mistero e del ricordo

Loredana Cacucciolo, le stanze del mistero e del ricordo

 

 

«Je crois que le plus grand attrait des
choses est dans le souvenir qu’elles
réveillent dans le coeur ou dans
l’esprit, mais surtout dans le coeur».
 
(Delacroix, Journal, 1, 269;
citazione di apertura de
La casa della vita di Mario Praz)
 

 

 

    La prima volta che il mio sguardo è rimasto «irretito» da un dipinto di Loredana Cacucciolo la memoria mi ha subito ridato precise immagini di un film di Luchino Visconti. Ho pensato con emozione a Gruppo di famiglia in un interno, dell’ormai lontano 1974. Il dipinto che sto raccontando raffigura l’interno di una casa patrizia, con un grande specchio accanto a una finestra molto alta, un camino «scorciato» a sinistra, vasi orientali, una poltrona antica con sopra comodi cuscini. Una casa patrizia, ho detto, ma per cultura, consapevolezza della storia. Nel film di Visconti, infatti, il protagonista interpretato da Burt Lancaster, era un professore con tratti vicini allo stesso Visconti, ma anche con maggiori rinvii a uno dei più originali e singolari studiosi italiani: Mario Praz. La dimora finale (quella più «storica» e cara al Praz essendo stata quella di Palazzo Ricci in Roma) di questo importantissimo intellettuale italiano, dopo la sua morte è divenuto uno dei più affascinanti musei della nostra capitale: il Museo Mario Praz, in Palazzo Primoli, per l’appunto. La solitudine aristocratica dell’uomo completamente dedito alla celebrazione dei propri riti culturali – il professore americano e senza nome del film di Visconti, Mario Praz quale spunto narrativo – ci conducono verso la rappresentazione di dimore in antichi palazzi romani; dimore celebrative della presenza massima di libri e biblioteche, quadrerie e collezionismo ampio d’arredamento. Il professore di Lancaster-Visconti perdeva la trebisonda davanti alla possibilità d’acquisto di dipinti consegnati al genere degli interni con figure (i «gruppi di famiglia», o conversation pieces, cui rimanda il titolo del film); il Museo Mario Praz, quella che fu la sua casa, pullula di mobili scelti con raziocinio maniacale e acquerelli raffiguranti interni preziosi o anche solo «affettuosi», da cui trarre la lezione di gusti e consuetudini di epoche ormai da noi sempre più lontane.

    La casa raccontata da Loredana Cacucciolo, è una casa che svolge i propri ambienti sotto il nostro sguardo, di dipinto in dipinto, come sequenza di fotogrammi di un film intimistico e, oserei dire, al limite del privato. Tutti i dipinti, infatti, sono raccolti da Cacucciolo, sotto il titolo generale di Le stanze di Andrea. A volte, un titolo più specifico segue e ne definisce ulteriori elementi narrativi – al principio si è trattato di una numerazione progressiva, poi ha cominciato a entrare in maggior dettaglio: I cerchi, che definiscono le decorazioni e gli stucchi di soffitti magniloquenti; Il dipinto giapponese, che suggerisce un’esotica e un po’ estranea presenza; Le sedie verdi, e Il cuscino rosso, come anche La tovaglia a righe, che rinviano ad eleganti tessuti e foderature; Un pomeriggio, che stabilisce un tempo d’azione scenica; Le rose, sottolineante la presenza floreale e ornamentale dello splendore di un vaso, e via citando.

 

    Loredana Cacucciolo, sia detto con chiarezza, non è esclusivamente pittrice di interni – il suo mondo immaginativo declina diverse complessità: dal vedutismo alle figure in un interno. Ma l’ossessione visionaria del suo fare si dichiara senza fingimenti in questo ciclo delle Stanze di Andrea. Io non so chi sia Andrea, e neanche lo voglio sapere: a me osservatore, un nome in sospeso acuisce la sensazione misteriosa che la pittura di Cacucciolo persegue con stretta intenzionalità. Mi rende la suspense dell’assenza umana, che è invece, fortissima presenza attraverso le cose, gli oggetti, gli arredi. E proprio a tal proposito mi sembra opportuno citare Mario Praz (lo farei all’infinito) da La filosofia dell’arredamento: «È stato detto che a quel modo che il corpo, secondo la filosofia di Swedenborg, altro non è che una proiezione, un’espansione dell’anima, così per l’anima la casa dov’ella abita non è altro che un’espansione del proprio corpo; che per un’anima amante dell’ordine e tesaurizzatrice dell’esperienza, si stabiliscono innumerevoli affinità delicate fra essa e le cose della sua dimora esteriore, sicché infine non v’è più distinzione alcuna per lei tra il di fuori e il di dentro, e gli aspetti circostanti (come la luce che a una cert’ora raggiunge insensibilmente un certo quadro o un certo spazio sul muro…) divengono per lei non tanto oggetti apprensibili, quanto essi medesimi poteri d’apprensione e tramite a cose al di là».

 

Questa tradizione di interni senza figure umane, ma che alle figure umane rimandano nella sottolineatura dell’In absentia, manifestatasi sul finire del Settecento, può assimilarsi al concetto della natura morta o, per dirla alla metafisica, alla Giorgio de Chirico, delle vite silenti – e, più che spesso, il silenzio di questi interni di Loredana Cacucciolo è persino assordante. Natura morta e pittura d’interni (con e senza figure) sono considerabili di diritto, tradizionalissimi, colti, amabili generi, per mezzo dei quali l’evoluzione dei gusti attraverso i tempi hanno raccontato ad appassionati collezionisti momenti sospesi in magie irripetibili, e in personalissime visionarietà. In Cacucciolo, per esempio, vi è segnalazione di una precisa poetica di arredamento, di una realtà rappresentata con tutte le testimonianze della vita che in queste stanze viene vissuta, una sorta di paesaggio interiore: le manie, i vezzi, gli accumuli, le tracce, le memorie, le dimenticanze delle stesse nella quotidiana visione delle medesime cose, oggetti che «troppo a lungo guardati» scompaiono alla percezione visiva, alla loro funzione di accoglienza. Si potrebbe dire, dunque, che improvvisamente, in questi dipinti di pennellata all’apparenza velocissima, ma nella realtà molto meditata, compare prepotente la parola del silenzio. È come se rifrequentassimo questi ambienti dopo un periodo di assenza, un viaggio di qualche durata, ed ecco tutto ci sembra nuovo, riscritto dalla sorpresa di una riscoperta del sentimento che ci fa comprendere sino in fondo perché sopportiamo, ed è solo per amore, persino quelle «buone cose di pessimo gusto» che versi gozzaniani ci hanno scolpito nella memoria.

Per ricorrere a un’altra allegoria di formulazione metafisica, stavolta però riconducibile ad Alberto Savinio, fratello del Pictor optimus, è la vita stessa a potersi paragonare a una casa riempita di mobilio all’apparenza bric-à-brac, stando ai concetti del tempo attuale che archivia rapidamente in tale categoria tutto ciò che è consegnato ai concetti di storia e di memoria. Un mobilio, quello narrato da Savinio, che può essere una poltrona con presenza quasi umanizzata, o anche il busto di una divinità antica, certo riferibile alla cultura dell’antica Grecia, da cui i fratelli metafisici discendevano. Stando ad Alberto Savinio, basta rileggersi i racconti di Casa «La Vita», vivere è muoversi tra le stanze e gli anfratti di una casa che il tempo riempie di oggetti su oggetti, moltiplicandoli nell’accumulo.

Le stanze di Andrea, raffigurative di un gusto aulico del meridione italiano, di ambienti che ipotizziamo pugliesi, così come ci indica la collocazione geografica che ospita Loredana Cacucciolo, narrano a loro volta la tenace continuità di un esercizio di personalità che, nel corso dei tempi, non si è lasciato irretire dalle pagine patinate di riviste alla moda dedicate agli arredi di maggior tendenza. Non si tratta di confrontarsi con mobilia di produzione industriale, anche se dell’eccellenza imprenditoriale italiana o di qualche altra nazione sapiente nella modulazione del design. No: si tratta di stanze il cui residente ha nutrito se stesso di tracce storiche, parentali, di un gusto tramandabile e non di certo consumistico; nelle quali si è sempre mosso, sin dalla nascita, e attraverso le quali ha stabilito il suo singolare percorso di autoconoscenza – rimirandosi nella propria storia e non negli specchi illusori degli altri. Del gusto degli altri. Sono stanze, queste di Andrea e di Loredana Cacucciolo, in cui esercitare la lentezza. Luoghi dove i passi si rendono felpati, le azioni rallentate, le attenzioni acuite – sembra che ci si debba muovere non come elefanti nelle cristallerie, ma come saggi che sanno tenere tutto sotto controllo. Se mi è permesso autocitarmi, ricordando alcuni versi di gioventù, la casa ossessione della pittura di Cacucciolo, appartiene a un preciso sentimento del mistero – è una casa in cui, tra porte, vetri e specchi, fanno capolino anfratti dove teneri sacerdoti, spiriti protettori, autentici Lari, trascinano stancamente mobilio da sempre appassito.

 

Qui lo sguardo deve sapersi confrontare con le immagini di dipinti antichi, ritratti di famiglia, supponiamo, paesaggi arcadici, residui di sacre tematiche. Questi quadri di Cacucciolo, spesso e più che spesso, danno l’impressione di tentate Mise en abîme, con dipinti nel dipinto che ci possono far immaginare altri dipinti con dipinti e ancora avanti. Ma la tentazione è evitata per le scarse notizie pittoriche che ci vengono fornite, ogni elemento essendo suggerito, rendendosi i soggetti di questi dipinti nel dipinto del tutto sfuggenti per la necessità pittorica di una velocità sospesa tra impressione ed espressione. I dipinti sono lì, per narrare in maniera evidenziata un passato e un presente appunto di collezionismo, di conservazione delle memorie, esaltazione delle stesse. Viene da ripensare ad alcune specifiche maniacalità collezionistiche, illustri e nobilissime, come la passione di Moïse de Camondo, quanto ne viene rappresentato dal museo parigino intestato al figlio Nissim, tanto bene ricordatoci da un bel romanzo italiano sottovalutato e negletto come Le variazioni Reinach di Filippo Tuena.

In alcuni dipinti, un clavicembalo (ma anche un pianoforte verticale) ci riporta a una storia di musica fatta in casa, tra parenti e amici; suggerisce all’immaginazione del nostro udito il ben temperato di memoria bachiana: una musica di timbro abbassato, ideale per i privati ambienti, soffice, orizzontale, spirituale nell’ostinazione del basso continuo. Non è, quindi e solamente, una musique d’ameublement, come poteva piacere alla raffinatezza di Erik Satie, e che pure si adatterebbe alle pieghe più riposte di queste stanze pugliesi. C’è una precisa consapevolezza culturale che permea gli stati d’animo di tutti i dipinti del ciclo. Un clavicembalo racconta un sentimento preciso. Un grande personaggio, Robert de Montesquiou, ispiratore tra gli altri del proustiano Barone de Charlus, sosteneva che un appartamento è proprio «uno stato d’animo». Ce lo ricorda Mario Praz, sempre nel magistrale La filosofia dell’arredamento, arrivando a sostenere che «facendo suo un famoso passo di Byron» de Montesquiou avrebbe potuto affermare: «I mobili sono i miei sentimenti». E continuando a citare Praz: «L’anima sensitiva (…), sia pure per un momento, si sentirà investita da quel calore che un tempo animò tutti i begli arredi».

    La temperatura di questi ambienti di Loredana Cacucciolo è affidata a declinazioni cromatiche, là dove i grigi esaltano climi invernali, case non troppo riscaldate, inverni dell’anima; e là dove i caldi rossi e giallescenti, invece, sottolineano sensazioni di calore, case ora riscaldate, caldo mediterraneo. Le luci e le ombre che compaiono esaltate attraverso tendaggi sontuosi, volendo contrastare, più spesso non riuscendoci, la forza della luce estiva meridionale, possono vedersi in questi dipinti di Cacucciolo così come narrati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa in Luoghi della mia prima infanzia: «Qui cominciava per me la magia delle luci (…). Esse erano tavolta diluite dai tendaggi di seta davanti ai balconi, talaltra invece esaltate dal loro battere su qualche doratura di cornicione o da qualche damasco giallo di seggiolone che lo rifletteva».

Le Stanze di Andrea sono dunque l’occasione per delineare, disegnare e definire un museo dell’anima, un archivio delle esperienze che proprio la consapevolezza dell’anima fissa nella coscienza. Colui che osserva si aggira in un museo che rappresenta una vita che va oltre l’absentia al momento rappresentata – sorta di luogo incantato, sospeso nel tempo, magicamente diviso dalla quotidiana ressa stradale. Come direbbe Charles Bukowski, unico posto dove si voglia stare.

 

                                                                           Arnaldo Romani Brizzi

 

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